Tira veramente una brutta aria in questo Paese e non da oggi. Da tempo è in atto una manovra a tenaglia per cercare di far fuori il Premier con ogni mezzo possibile, visto che alle urne pare risulti difficile. Un tempo le cariche pubbliche erano almeno tutelate nel loro privato. Oggi no. Complice qualche soffiata si trova sempre il modo di ficcare il naso nel privato, sputtanare il premier pubblicamente e poi trovare pure il coraggio di lamentare sia il Presidente del Consiglio stesso a far fare brutta figura all’Italia intera.
Quando Belpietro pubblicò le foto di Silvio Sircana, allora portavoce del Presidente del Consiglio Prodi mentre s’intratteneva con un viados, si urlò allo scandalo e per Marrazzo si sostenne fosse rimasto vittima di un complotto di Berlusconi. Tra i più convinti propugnatori di queste tesi fu D’Avanzo, importante firma de “La Repubblica”, autore di un articolo che ha lanciato nell’immaginario collettivo il famoso bunga-bunga. Definire quell’articolo, come altri su Noemi e la D’Addario, spazzatura è dir poco. La differenza è semplice. Sircana fu beccato per strada, Marrazzo si cacciò in un guaio ciclopico dove venne ricattato da infedeli servitori dello Stato, arrestati da alcuni suoi colleghi e la bomba esplose. Situazioni ben diverse degli scandali costruiti con registratori o notizie fatte trapelare ad arte da certe procure per giudicare comportamenti privati in ambiti privati.
Pur di colpire il Premier non si fanno prigionieri. Allora, oltre al filone gossipparo, da tempo se ne affianca uno più infamante, molto più grave e pericoloso. Le connivenze con la criminalità e il famigerato accordo Stato/mafia. Ci finiscono in mezzo valenti servitori dello Stato ai quali viene rovinata vita e carriera. Non voglio entrare nei singoli casi: sono complessi, articolati, anche se molto meno di quanto possa sembrare. Ovvero i fatti sono molto più semplici e meno misteriosi, ma sono nascosti da centinaia di articoli confusi, da migliaia di pagine processuali. Questo è fatto ad arte, creato per instillare il sospetto e la diffidenza, non certamente per fare chiarezza. Quindi per capirci qualcosa non bisogna analizzare il particolare, ma l’insieme.
Non esiste accordo Stato/mafia e non vi può esistere perché significherebbe che tutte le istituzioni, dal Presidente della Repubblica in giù, tutti sarebbero collusi. Non è credibile neppure la tesi che Forza Italia sarebbe nata grazie ad uno sponsor mafioso. Forza Italia nacque per volontà di Berlusconi e divenne, per particolari motivazioni storiche, un movimento popolare che coinvolse tutto il Paese, non solo la Sicilia. La forza elettorale che ebbe nel Nord non può, ovviamente, essere ricondotta a dei condizionamenti mafiosi.
Questo non significa che le mafie non siano infiltrate in ogni angolo dello Stato, della politica e di ogni struttura di potere di questo Paese come, purtroppo, è sempre accaduto. Ciò avviene perché singole persone deviano nell’illegalità, non certamente perché uno Stato intero o un intero partito siano mafiosi. Tesi francamente incredibili. C’è, invece e in questo momento, una convergenza d’interessi tra la mafia e certa stampa. La prima per continuare a fare i propri sporchi interessi, la seconda per opportunità politica.
Non si può immaginare che le forze dell’ordine non ricorrano ad ogni mezzo possibile per abbattere mafie e criminalità. Ricorrono ad infiltrati, intercettazioni, vendono droga per giungere ai vertici delle organizzazioni criminali, usano strategie di ogni tipo, anche fingendo di non accorgersi di certi fatti, lasciando tranquilli certi luoghi per vedere dove gli sviluppi li portino.
Così è sempre stato, ma non per i giudici che hanno condannato il generale dei ROS, Giampaolo Ganzer, a 14 anni per traffico di droga nell’ambito di una complessa operazione sotto copertura. Non si è creduto volesse scoprire una rete internazionale di traffico di stupefacenti, ma che in realtà tutto fosse stato fatto allo scopo di ottenere profitti personali e di conseguire successi professionali. A pensarci, già l’accusa è di per sé una contraddizione.
Il comandante dei ROS, Mario Mori, è sotto processo assieme al comandante Mauro Obinu, pure condannato a sei mesi anche nel processo Ganzer.
Bruno Contrada (SISDE), arrestato nel 1992, condannato con sentenza definitiva a dieci anni per concorso esterno in associazione di tipo mafioso, si è visto rivolgere – tra le altre – anche l’accusa fosse presente nel luogo della strage di via D’Amelio qualche istante dopo l’esplosione. La notizia, recitano i verbali, sarebbe stata data dal magg. Sinico il quale l’avrebbe ricevuta ‘de relato’, confidenzialmente, da persona innominata, la quale, a sua volta, l’avrebbe appresa da altra persona sconosciuta, e quest’ultima, infine, dagli Agenti della Polizia. Delirante, vero? Eppure questo è stato scritto e questa è stata una prova a carico del Contrada. Giudici Ingroia e Bocassini.
Pure demenziale quanto capitato al Capitano Ultimo che si è visto indagato per tre volte per poi finire a giudizio prima di venire assolto. Le stranezze furono molte, ma non relative al comportamento di Ultimo, Mori e di tutti i ROS che parteciparono all’arresto di Riina. In primo luogo chi e perché trasmise la notizia che il covo di Riina fosse stato individuato e perché i giornalisti Bolzoni e Lodato (compari di Travaglio) ne diedero notizia? Com’è possibile che in un comunicato del 25 maggio del 2000 il Comando generale dell’Arma dei Carabinieri svelò l’identità, fino a quel momento segreta, del Capitano Ultimo? Come mai, dopo l’eccezionale risultato conseguito con l’arresto di Riina, la squadra di Ultimo venne smantellata solo pochi anni dopo? Perché Ultimo e Mori finirono sotto processo con l’incredibile accusa avrebbero omesso la perquisizione del covo di Riina, che covo non era?
Tutti questi processi, fumosi nelle aule di giustizia, imprecisi sulle pagine dei giornali, stanno in piedi a fatica. Da ultimo il famoso “papello” di Ciancimino, che proverebbe l’esistenza dell’accordo Stato/mafia. Dimostrato falso, ritorna d’attualità con una storia che sembra costruita apposta per rendere credibile una fotocopia, frutto di un maldestro collage. Poco importa non si capisca dove sia stato ritrovato: in una soffitta, in una cassaforte, in un capanno. Dettagli ininfluenti per infangare ancora i Carabinieri e, attraverso loro, ben più in alto.
Si può credere a questi servitori dello Stato, in virtù dei risultati eccezionali e del lavoro da loro compiuto, oppure si può credere alle ciance di giornalisti – come Travaglio – che passavano le ferie con i mafiosi o a procuratori come Ingroia che hanno lavorato fianco a fianco, per anni, con persone quali Ciuro, talpa di Cosa Nostra, facendosi pure ristrutturare il vecchio casolare di Calatafimi da Michele Aiello, imprenditore condannato a 15 anni per mafia. Si può credere anche ai vari Spatuzza e Ciancimino, pentiti a mezzo servizio e a mezza verità, ma tutto questo non c’entra più nulla con la Giustizia.
C’è sì un accordo, anzi una convergenza d’interessi, ma non è quella che fin qui ci hanno raccontato. E nel frattempo, a chi è passato il fascicolo su Ruby Rubacuori? Alla Bocassini, naturalmente.
2 novembre 2010